venerdì 11 febbraio 2011

Pellicola o Digitale?

L’obiettivo di questo post non è quello di convincere gli altri a sposare le mie idee, assolutamente no, bensì di invitare TUTTI a fare le dovute osservazioni e riflessioni in maniera obiettiva, per quanto sia possibile sull’argomento “pellicola o digitale?”

Non riesco a capire il pregiudizio, assolutamente non fondato oltre che privo di obiettività, sull’affermazione che “la fotografia VERA è quella fatta con l’analogico, stampata in bianco e nero e su carta baritata, tutto il resto......lascia il tempo che trova”.

Mi chiedo come sia possibile non riuscire a vedere oltre...

Il fatto che esistano il digitale, photoshop e i raw converter non vuol dire che debbano essere usati ad ogni costo e ciò non vuol dire che, in pellicola, non fosse già possibile effettuare interventi di post-produzione, tutt’altro, è iniziato proprio da lì.

Vogliamo parlare della doppia esposizione? Vogliamo accantonare le tecniche di schermatura e bruciatura? Il tiraggio della pellicola? E il crop? Il montaggio?
E l’elenco sarebbe ancora più vasto di quanto si possa pensare.

A questo punto mi chiedo, perchè quando tutto ciò si faceva partendo dalla pellicola era ammesso e ora, che simili interventi sono alla portata di tutti grazie a software specifici, invece NO?
Perchè adesso si grida allo scandalo e prima invece era tutto ammesso? E voglio trascurare le Polaroid graffiate.....

Resta sempre e comunque di base il principio che una buona fotografia non la fa la macchina fotografica come non la fà neppure photoshop, ma faccio fatica a pensare che Richard Avedon con una Hasselblad da 60mp avrebbe fatto delle foto schifose solo perchè usava il digitale. L’analogico o il digitale sono solo parte dello strumento attraverso il quale ottengo una immagine, non sono L’IMMAGINE.
Non sono un segreto neppure i video dello stesso Avedon dove si vede lui a contatto di gomito con il suo stampatore che commentavano e studiavano insieme quali parti del volto fotografato andavano shermate e bruciate...... eppure era Avedon, quel genio che tutti conosciamo.
Ok, con l’analogico se la foto era fatta male la buttavi; ma perchè! se una foto è fatta male con una digitale non si può buttare comunque?
Io credo che il problema non sia nel mezzo che si utilizza bensì nell’etica di chi c’è dietro il mezzo, NOI E SOLO NOI.

Se il nostro approccio alla fotografia è “poche foto ma buone” allora siamo sulla strada giusta, altrimenti è fanatografia.
Ma i tempi cambiano e la civiltà si evolve, e in quanto abitanti di questo pianeta, non possiamo far finta che non esista il wi-fi, il gps, l’adsl, tutte sigle che ci mettono paura ma che alla fine non sono bestie carnivore ma solo ausili alla civiltà, ausili che NOI abbiamo voluto, abbiamo cercato, comprato, distrutto e ricomprato e NON usarli, secondo me, è da stupidi. Magari accettiamo le macchine che inquinano, le onde elettromagnetiche del nostro cellulare, l’auricolare e l’iPod ma non accettiamo il digitale come strumento fotografico. Ma ancora più stupido è però il COME usiamo la tecnologia e questo siamo solo noi a deciderlo.
Se scatto una foto leggermente inclinata magari non sarà bellissima, non è tecnicamente impeccabile dal punto di vista della composizione, ma se ci intervenissi con photoshop per allineare l’orizzonte, ho commesso un atto impuro? Ma chi faceva lo stesso errore con la pellicola,.......a maggior ragione per i costi e le possibilità di scattare la stessa scena, avrebbe buttato la foto o avrebbe provato a recuperarla? Io credo che, con molta probabilità, chi lavorava sulla pellicola era tentato a “recuperare” le foto proprio in virtù del fatto che avevano un costo elevato e non sempre era possibile scattare nuovamente la stessa situazione. Oggi con il digitale, vedo subito l’errore e ho anche la possibilità di correggerlo immediatamente. Ma se la tecnologia può aiutarmi in quel senso, perchè ignorarla?
Chi scatta tanto per riempire la scheda di memoria della sua digireflex non è un fotografo, è una persona estremamente insicura che prova piacere nell’ottenere la quantità invece della qualità. A volte capita, andando a visitare una mostra fotografica, di sentire domande tipo “ma il contenuto qual’è?”, “e il messaggio?”, “ha centrato o meno l’obiettivo?”, “cosa voleva dire con questa foto?”.
Ecco, queste devono essere le domande che dovremmo porre all’autore o a noi stessi riferendoci alle nostre foto.
Se nel paesaggio che sto osservando vedo un cielo verde, una arancia blu o stratagemmi comunicativi simili, non limitiamoci solo a dire “ecco photoshop, ha rovinato l’ennesima foto......” ma chiediamoci cosa voleva dire l’autore attraverso quella sua personale interpretazione del cielo o dell’arancia.....
Un tempo, con la pellicola, bisognava essere dei chimici o poco meno per poter fare una cosa del genere, oggi è alla portata di tutti, io la chiamerei democrazia tecno-evolutiva.

Concludo con una domanda provocatoria: e se un “fantomatico fotografo” (credetemi è una razza molto diffusa) riuscisse, CON UN SOLO SCATTO, a ritrarre una scena ricca di significato, cosa cambia per colui che osservandola ne rimarrà ammaliato?

Tutto il resto..............è aria fritta.

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